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La sinistra italiana dopo Berlusconi

25 juin 2006

Riassunto : Le prime misure del governo Prodi hanno proposto cambiamenti su vari fronti, un aspetto però resta immutabile : il disegno economico. Tutto può essere messo in discussione, tranne il modello economico. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) vigila i bilanci di ogni paese. Al di là della scarsa possibilità di manovra all’interno degli accordi economici dell’Unione europea, i conti e le politiche economiche dello Stato restano sempre ancorate al modello neoliberista. L’uscita di Berlusconi dalla scena politica apre la possibilità di una ripresa della vita democratica, ma fino a che punto è possibile coniugare partecipazione politica ed esclusione economica ?
Résumé : Les premières mesures en cette année 2006 du gouvernement Prodi ont induit des changements sur divers plans, mais il reste une constante : le projet économique. Tout est discutable hormis le modèle économique. Le FMI évalue les budgets de chaque pays. D’où les faibles marges de manoeuvre liées aux accords économiques européens, aux budgets et politiques publiques ancrées dans le modèle néolibéral. La sortie politique de Berlusconi ouvre la possibilité de renouer avec la vie démocratique, mais jusqu’où est-il possible de promouvoir la participation politique si le débat économique est impossible ?






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Due appuntamenti elettorali ed un referendum potrebbero registrare la fine dell'anomalia italiana. La sconfitta alle politiche (9-10 aprile) e quella alle elezioni amministrative (28-29 maggio) hanno confermato in Italia il declino della coalizione di Silvio Berlusconi, che aveva, questa volta, puntato tutto sul voto delle grandi città (Palermo, Napoli, Roma, Milano e Torino). Non ci è riuscito : Roma e Torino e inaspettatamente Napoli hanno scelto i candidati del centro sinistra, mentre a Palermo e Milano si è imposto il centro destra. In entrambi i casi però, Forza Italia, il partito di Berlusconi, ha perso il 6%. Se al prossimo referendum del 25-26 giugno per la ratifica della riforma costituzionale voluta dal centro destra, prevarrà il "No", l'uscita di scena di Berlusconi potrebbe essere più rapida del previsto.

I giochi di potere all'interno del centro destra cominciano ad immaginare un futuro senza Berlusconi. Libero e Il Foglio i due quotidiani che hanno contribuito in modo decisivo a costruire e sostenere le sue politiche sembrano voler abbandonare la nave che inizia ad affondare. Dopo la sconfitta alle amministrative il giornale Libero titolava in prima pagina "Basta con il capo imperatore : al centrodestra serve una vera rifondazione e nuovi leader". A questa presa di posizione faceva eco Il Foglio di Giuliano Ferrara, rappresentante di quella destra "neo-teo-cons" all'italiana.

La vittoria del centro-sinistra in Italia è stata un colpo all'intreccio di poteri che converge sulla figura di Berlusconi, un uomo d'affari che ha fatto della res-pubblica la sua res-privata, che ha piegato le leggi e la politica pubblica a sua volontà e interesse, che al comando dello Stato, con il controllo totale dei mezzi di comunicazione (3 TV private e le 3 pubbliche, giornali, riviste, case editrici, agenzie di pubblicità ecc.) e la pressione del suo impero economico ha portato l'Italia all'attuale crisi.

La crisi italiana ha però diversi nomi : recessione economica, indebolimento dello stato di diritto, mancanza di alternative politiche, ma soprattutto un diffuso impoverimento culturale. L'industriale miliardario ha continuato, nella veste di primo ministro, a fare il suo mestiere e la mercificazione di ogni sfera della vita sociale è stata la logica conseguenza delle sue politiche.

La "società di mercato" non prevale solo in Italia, in ambito internazionale, e al di là delle diverse appartenenze politiche, si delinea sempre di più come il modello unico di sviluppo dei paesi tecnologicamente progrediti. A contare è solo l'economia privata che staccata dalla realtà sociale, persegue con ossessione i suo obiettivo : produrre sempre più ricchezze a costi sempre più bassi. In che misura un nuovo governo che si definisce di centro-sinistra è disposto a modificare questo assetto ?

Le prime misure del governo Prodi hanno proposto cambiamenti su vari fronti, un aspetto però resta immutabile : il disegno economico. Tutto può essere messo in discussione, tranne il modello economico. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) vigila i bilanci di ogni paese. Al di là della scarsa possibilità di manovra all'interno degli accordi economici dell'Unione europea, i conti e le politiche economiche dello Stato restano sempre ancorate al modello neoliberista. L'uscita di Berlusconi dalla scena politica apre la possibilità di una ripresa della vita democratica, ma fino a che punto è possibile coniugare partecipazione politica ed esclusione economica ?

Quale alternativa ?

È sempre meno chiaro che significa essere di sinistra oggi. Le differenze tra destra e sinistra, più che in una diversa concezione del mondo devono essere cercate tra le righe dei programmi dei partiti che si riconoscono in questa area. Quali sono gli ideali utopici che guidano l'essere di sinistra ? Che significa essere marxista, socialista o comunista oggi ? Ci sono alternative al capitalismo o dobbiamo accontentarci di una pluralità di capitalismi ?

In un mondo omologato dal mercato, e messe a salvo contate eccezioni, essere di sinistra è diventato una opzione che non intacca il potere. La sinistra non costituisce un'alternativa perché non ha una risposta alle problematiche cruciali che il processo di globalizzazione ha messo a nudo. I governi europei di sinistra o centro sinistra non hanno nei loro programmi risposte alle problematiche centrali della società contemporanea. La disoccupazione, la precarietà, l'abbassamento del costo le lavoro per esempio, non sono visti come espressioni sintomatiche del progetto economico dell'esclusione, ma come conseguenze indesiderate a cui si deve trovare rimedio. Bastano i palliativi, provvedimenti in grado di contrastare i danni collaterali. Non si mette in causa il modello, anzi si tratta di correggere piccoli difetti per renderlo più umano, più funzionale. Forse il gattopardismo, che qualcosa cambi perché tutto resti come prima, è diventato oggi la nuova ideologia della sinistra ?

Non si tratta soltanto di scelte economiche e politiche, anche la critica degli intellettuali ha ripiegato su tematiche che riguardano il microsociale (Bauman, Touraine). I problemi della globalizzazione sono studiati nelle conseguenze che comporta sull'individuo, le questioni si chiudono nell'ambito delle piccole opzioni quotidiane. Non si va oltre. Si abbandona il campo delle grandi decisioni politiche ed economiche al "libero gioco" dei mercati, a quella "mano invisibile" che oggi è prevalentemente dettata dai grandi flussi di capitale finanziario.

La discussione su eventuali modelli alternativi di sviluppo sembra costituire una alternativa non praticabile, poco seria. Alcuni errori del modello possono essere modificati, ma resta di fondo uno schema che riproduce e incrementa l'ingiustizia globale. L'economia di un paese può essere in crisi o invece registrare una fase di espansione, comunque a pagare il costo della crisi sono sempre gli stessi. L'Europa liberale ha rinforzato la frammentazione sociale, le problematiche da sociali sono tramutate in individuali, le persone sono diventati sempre più concorrenti, avversari, quando non veri e propri nemici.

I conti non tornano

La sinistra italiana non è un'eccezione, anzi è la patria del gattopardo. Le prime manovre del governo riguardano l'ambito economico e, come da copione, si scopre che la situazione lasciata da Berlusconi è più grave di quanto si potesse prevedere. Si dovrà dunque procedere ad un risanamento dei conti pubblici, cioè, per capirsi, di nuovo "tagli". Il neo ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa ha subito dichiarato che "il governo è impegnato a correggere lo squilibrio delle finanze pubbliche e a ricondurre disavanzo e debito entro i parametri europei".

La dichiarazione del ministro è stata fatta dopo la verifica dei conti pubblici da parte di una commissione istituita ad hoc per valutare la reale situazione di cassa. Le conclusioni riconoscono che la distanza tra deficit e Prodotto interno lordo continua ad aumentare. Il disavanzo va oltre il già elevato 3,8% riconosciuto dal governo Berlusconi ed è stimato nel 2006 al 4,1%, un dato tendenziale a politiche e legislazioni invariate. La risposta del governo di centro sinistra non è stata originale, si è limitata a proporre quanto prescrive il FMI, se si spende di più di quanto si ha le possibilità sono due, o si aumentano le entrate o si riducono le uscite. Il monetarismo si limita alla piatta contabilità, come se diminuire le spese fosse un problema solo di bilancio e non sociale. Il ministro predica il rigore finanziario e cerca nuove forme di tassazione, ma anche questa volta tutto fa presumere che a sacrificarsi saranno ancora gli stessi.

Il nuovo governo sembra confermare questa direzione, il ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani, ha presentato un disegno di legge sulle liberalizzazioni in materia energetica. Per abbassare i costi è necessaria la concorrenza, ergo, si propongono ulteriori privatizzazioni nel settore. La ricetta è sempre quella : risanamento dei conti pubblici, taglio di spese "inutili", apertura alla concorrenza internazionale, privatizzazione. Anche il centro sinistra rispecchia fedelmente il Consenso di Washington.

Le contraddizioni della sinistra italiana ed europea esprimono i limiti oltre ai quali i progetti alternativi non osano andare. La vittoria del capitalismo a livello planetario è un'evidenza fuori discussione. Il capitalismo è centrato nella produzione di ricchezza, il socialismo ha fatto perno sulla distribuzione di questa ricchezza, ma siccome non la produceva finì per essere una proposta fallimentare.

La sinistra è rimasta fossilizzata nel sistema ottocentesco di produzione. Oggi le categorie non sono più quelle. In molti casi la catena di montaggio è sparita e l'operaio si limita a monitorare processi altamente automatizzati e non è più adeguato usare categorie fordiste. In una economia globale il rapporto tra fabbrica e territorio non vincola più la produzione. Si può produrre in aree poverissime, con bassi salari ed esportare l'intera produzione verso i paesi ricchi. Il potere decisionale del vecchio padrone è sempre più limitato, in molti casi la proprietà è polverizzata in una moltitudine di piccoli e medi azionisti e a dirigere l'azienda è un manager che spesso è più attento ai flussi finanziari e agli azionisti dispersi in tutto il mondo che alla reale economia aziendale.

Il capitalismo è stato finora insuperabile perché ha continuamente mutato se stesso. Per anni la sinistra ha creduto che sarebbe crollato vittima delle proprie contraddizioni, ma ogni volta è riuscito a riprendersi e rigenerarsi. Oggi il capitalismo è prevalentemente finanziario, l'economia reale deve spesso fare i conti con la speculazione e subire, come nel caso del prezzo del petrolio, costi inconcepibili dal punto di vista dell'economia reale. La sinistra se vuole restare tale, deve costruire una alternativa, altrimenti i governi che si richiamano a questa diversa concezione del mondo continueranno a deludere per finire crollando uno dopo l'altro.

Non lavorare alla creazione di un paese più equo è credere che i rapporti economici internazionali sono vincoli che non possono essere modificati, accettare che i nuovi schiavi siano i produttori della nostra prosperità, rassegnarsi se la distanza tra Nord e Sud continua ad essere sempre maggiore. Non basta ripiegare sulle, pure auspicabili, riforme civili e lasciare che la mano invisibile dei pochi potenti determini il destino dell'umanità.


 

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